Petali di Hasu
I petali di Hasu, i petali del fior di Loto, riflettevano il loro bianco candore sull’acqua, seta azzurra che le onde increspavano in sottili pieghe. Fabrizio, seduto sulla riva del laghetto, aveva appoggiato il blocco da disegno sulle ginocchia. Lo teneva con una mano mentre con l’altra stringeva la matita come se avesse lo stelo di un fiore tra le dita, la presa era salda, ma altrettanto delicata da non farlo spezzare. La testa era leggermente inclinata sul foglio, di tanto in tanto la alzava con movimenti decisi per memorizzare i particolari del Loto. Il suo sguardo era totalmente concentrato così da poter riportare ogni particolare, ogni minima sfumatura.
«Cosa stai disegnando?»
Fabrizio sussultò e la matita come in un moto di ribellione segnò una linea obliqua, netta, opposta al fiore. Guardò con disappunto quel graffio poi fece una torsione con il busto e la vide. Aveva le mani sulla bocca e gli occhi nocciola si incontrarono con i suoi azzurri, il brivido che lo scosse non gli era sconosciuto. La prima volta che lo aveva percepito si era spaventato, ma poi si era reso conto che quella dolce sensazione di smarrimento gli piaceva e la coltivò fino a diventare amore.
«Scusa, non volevo…»
Il tono dispiaciuto gli arrivò con la stessa leggerezza setosa dei petali di Hasu, le fece un sorriso forzato per nascondere il tumulto che gli si era scatenato dentro.
Akiko, la dolcezza dei Petali di Hasu
«Akiko…» il nome uscì repentino e sorpreso dalle labbra, «non ti preoccupare non è accaduto nulla di irreparabile.»
La matita tracciò le linee di una foglia che adornò i petali.
Akiko si avvicinò e gli si sedette accanto mentre, ammirata, lo guardava delineare le sfumature in chiaroscuro. Quando l’ultima linea fu tracciata, la matita rimase immobile perché, come ogni artista, Fabrizio sentì la malinconia che affligge l’anima. È una misteriosa sensazione che nasce come ispirazione per poi trasformarsi in creatività, trasferendosi nell’opera lasciandolo un po’ solo, orfano di una linfa vitale.
Lei gli sfiorò la mano immobile, Fabrizio le lasciò prendere la matita, poi con molta attenzione strappò il foglio dal blocco e glielo porse.
«Facciamo un baratto?» La voce cristallina irruppe nel silenzio delle parole non dette.
«Io ti regalo il disegno e tu mi restituisci la matita,» propose lui serioso.
«Nella mia lingua il fior di Loto è Hasu.» Gli porse la matita e il palmo aperto della mano per ricevere il foglio.
Un bacio
Fabrizio si avvicinò quel tanto da prendere una e dare l’altro, Akiko fece uno scatto improvviso in avanti e appoggiò le labbra sulle sue. Matita e foglio caddero producendo un rumore secco accompagnato da un leggero fruscio, rimasero così per un tempo che a loro apparì indefinito. Le accarezzò la guancia e un dolore struggente lo invase perché sapeva che doveva soffocare i suoi sentimenti, c’erano ragioni insormontabili che li rendevano impossibili da realizzare.
«Akiko, ti prego,» soffiò impercettibilmente fuori le parole «non possiamo, lo sai.»
Uno struggente addio
La ragazza abbassò la testa, Fabrizio osservò incantato i luminosi riflessi blu sui capelli neri prodotti dai raggi del sole.
«Akiko…»
Le accarezzò la spalla indugiando nell’incavo del collo che gli ricordò il candore niveo del Fuji, ma lei si ritrasse. D’impeto si alzò e, senza degnarlo di una parola, si incamminò verso la Machiya, la casa, in fondo al sentiero. Mentre la guardava allontanarsi, Fabrizio sentì un vuoto incolmabile crescergli dentro ed ebbe la terribile sensazione che gli divorasse le viscere, si rese conto che era impossibile rassegnarsi alla sua assenza. Scattò in piedi deciso a raggiungerla, doveva mettere a tacere il dolore, ma rimase immobile perché in un attimo la ragione lo rese consapevole che doveva lasciarla andare anche se l’amava e solo in quel momento divenne una certezza.

Da Tokyo a Macerata
Fabrizio percorreva via Santa Maria della Porta con passo tranquillo, aveva tirato su il bavero del cappotto perché il freddo era ancora pungente nonostante fosse marzo inoltrato. Non ne era infastidito anzi gli piaceva passeggiare di primo mattino così poteva rimanere da solo con i suoi pensieri e le sue ispirazioni.
Erano passati sei mesi da quando si era trasferito a Macerata, aveva subito amato quella città che sapeva di antico e animata dagli universitari. I suoi lenti ritmi gli consentivano di lavorare sul progetto che avrebbe esposto a Tokyo – già, Tokyo – si fermò come se avesse ricevuto una stilettata nel centro del torace. Appoggiò la mano sul cuore e fece un sorriso malinconico – non era un infarto – solo il muscolo che lo teneva in vita aveva sussultato. Era passato appena un anno quando stanco e avvilito aveva varcato la soglia dell’aeroporto di Haneda per mettere quanta più distanza possibile tra lui e Akiko, eppure, solo il pensiero di tornare nella metropoli giapponese lo metteva in agitazione. Chiaramente le probabilità di incontrarla erano pari a zero, ma il pensiero di respirare la sua stessa aria, di trovarsi nello stesso luogo. Alimentava segretamente la speranza che quella probabilità aumentasse come un corridore aumenta la velocità nello sprint finale con la ferma volontà di arrivare al traguardo.
Chiacchierando sul fascino del Sol Levante
«Tutto bene professor Giordano?»
Fabrizio solo in quel momento si accorse della ragazza che lo stava osservando. Era talmente assorto nei suoi pensieri che non l’aveva vista arrivare e, a giudicare dalla sua faccia perplessa, non doveva avere una bella cera.
«Sì, tutto bene.» Assottigliò gli occhi sforzandosi di ricordare chi fosse mentre lei tentava di celare l’imbarazzo pensando di essere stata inopportuna.
«Grazie, lei è?»
«Luisa Romagnoli, seguo il suo seminario professore.» Risatina tesa.
«Ah!» Ecco dove l’aveva vista, poi per allontanare la sensazione di disagio da entrambe le parti, «trova interessante la Japanese Body Art?»
«Moltissimo.»
Il professore guardò l’orologio.
«Ora andiamo, non facciamo aspettare i suoi colleghi.»
Camminarono fino all’Accademia delle Belle Arti chiacchierando sul fascino della terra del Sol Levante e della vita nella capitale nipponica.
«Le dico in anteprima che nella lezione di oggi vi mostrerò come costruire un body painting che riporterò nella mia mostra personale a Tokyo.»
Una voce tra la folla e il profumo dei petali di Hasu
Stavano varcando il portone dell’Accademia quando distintamente si sentì chiamare: «Fabrizio… Fabrizio!»
I palazzi d’epoca sormontavano la stradina che affollata dall’andirivieni di gente, dava l’impressione che fosse ancor più stretta. Il professore, tornato sui suoi passi, si fermò al centro della via guardandosi intorno basito cercando la figura minuta di Akiko. Nel frattempo, continuava a ripetersi che non poteva essersi sbagliato perché la sua voce l’avrebbe riconosciuta anche nel peggior frastuono. Fu come invaso dal familiare profumo dei petali di Hasu, “lei è qui!” Pensò, “la sua voce, il suo profumo.”
«Professore?»
«Eh! Cosa?»
Fabrizio lanciò uno sguardo prima verso Luisa poi nella direzione opposta. Cercava Akiko nei volti delle donne che gli passavano accanto, allora preso da una smania irrefrenabile percorse in entrambi i sensi la strada, ma di lei non ce n’era traccia. Rassegnato, ma non convinto, andò verso Luisa.
«Mi è parso che qualcuno mi chiamasse. Ha sentito?»
«No. Non mi sembra.»
Fabrizio diede un’altra occhiata, alla fine si convinse che il rimpianto gli avesse giocato un brutto scherzo: «Ma sì, mi sarò impressionato.» Si incamminò lungo il corridoio, poi a Luisa: «Andiamo! La lezione inizia tra cinque minuti.»
I colori delle stagioni
L’aula non era molto ampia, ma aveva delle grandi finestre che la rendevano luminosa. Il seminario era destinato agli studenti che avrebbero svolto il tirocinio formativo in Giappone. Erano una quindicina, tutti attenti alla spiegazione del professore che mostrava le slide e spiegava.
«Oggi in via del tutto eccezionale vi mostrerò praticamente come un semplice disegno sul corpo può raccontare una storia.»
Aprì la cartella, prese uno specchietto, dei pennelli e gli aquacolor; li ripose sul davanzale della finestra così la luce naturale avrebbe favorito il lavoro di pittura. Preparò tutto l’occorrente eseguendo un suo rito: mise in fila piccole ciotole dipinte dei colori che simboleggiano le stagioni: il verde per la primavera, il blu per l’estate, l’arancione per l’autunno e il bianco per l’inverno. Poi passò a miscelare i colori che gli occorrevano e infine pose al lato dell’ultima ciotola i pennelli in ordine di grandezza.
Ali di Gabbiano
«Con il vostro permesso,» si rivolse agli alunni che erano attenti a ogni suo movimento, «tolgo la camicia.»
Si alzò un mormorio di approvazione.
«Ali di gabbiano.» Esordì per poi prendere il pennello dalla punta sottile e intingerlo nel nero. Si inclinò leggermente verso lo specchietto e l’abile, affusolata mano disegnò due dolci curve sopra gli archi sopraccigliari. Dopodiché, con estrema precisione, seguì la linea del contorno degli occhi mettendone in risalto il profondo blu, il naso di falco e le labbra sottili completarono l’opera.
Si rivolse alla classe: «Vi do l’impressione di essere un gabbiano?»
Gli alunni assentirono all’unisono.

Lo sguardo di Akiko
«Bene, quali temi dipingereste sul mio corpo?»
Alcuni alzarono la mano, ma l’attenzione di Fabrizio fu catturata dall’alunna seduta in fondo all’aula. Rimase a fissarla ipnotizzato, “allora non mi sono sbagliato prima in strada,” si disse mentre la felicità lo travolgeva, “Akiko è qui che segue la lezione come al Tokyo Geidai.”
Cercando di celare l’emozione la indicò: «Prego, venga pure.»
L’alunna raggiunse la cattedra con passi misurati, immediatamente dedicò l’attenzione ai pennelli e mentre passava ripetutamente l’indice su di essi, cercava la giusta ispirazione. Attardò il polpastrello sulle setole dalla punta media, prese il pennello con delicatezza per intingerlo nella ciotola dell’inverno e poi in quella dell’estate. Osservò il pennello che si era colorato di un blu intenso.
Il mare d’inverno
«Dunque, l’obiettivo dell’opera è quello di raccontare una storia attraverso i dipinti. Ognuno di loro deve avere un significato che può essere anche simbolico.» Spiegò il professore.
L’alunna annuì.
«Si giri prego. Vorrei dipingere da scapola a scapola il mare d’inverno così il gabbiano in lei potrà librarsi tra le onde e il vento.»
Fabrizio si sedette sullo sgabello dando le spalle alla classe. Nei minuti che seguirono si rilassò al tocco delicato del pennello e al dolce profumo dei petali di Hasu che lo avvolse.
«Ecco, ho finito.»
«Grazie Akiko.» Mentre lo diceva si girò verso la ragazza.
«Mi chiamo Laura, professore.»
Il volto lentamente trasfigurò in quello di una ragazza che non aveva di certo i lineamenti di Akiko. Fabrizio vide nei suoi occhi un misto tra disappunto e curiosità e confuso mormorò: «Mi scusi.» Poi per spezzare la sconcertante atmosfera: «Si accomodi al suo posto, grazie.»
La barca di carta naviga…
Il resto della lezione si svolse senza intoppi. Un alunno gli dipinse su un fianco una barca di carta che scivolava pacifica su uno specchio d’acqua trasportata da un timido vento.
«Puoi cortesemente spiegare ai tuoi colleghi la tua scelta?»
«La barca rappresenta il suo desiderio più grande e naviga verso il centro del suo torace, dove dimora l’anima. Presto dovrà decidere se ha raggiunto un porto sicuro o farla navigare allo stesso modo del volo del gabbiano, ma se l’uccello sa dominare il vento, la barca inesorabilmente affonderà perché è di carta come le paure che non sa o non ha saputo vincere.»
…dove dimora l’anima
Diversamente dalle altre sere Fabrizio era rimasto a casa perché sentiva una strana agitazione a cui non sapeva dare un preciso significato. Il notebook era in aggiornamento e aspettava con stoica pazienza che lo concludesse per avviare il motore di ricerca. Intanto, meditabondo ripercorreva la strana giornata, non potendo fare a meno di ritornare per poi soffermarsi alla spiegazione che Giacomo, l’alunno che aveva dipinto la barca, aveva dato del suo operato. Cercava di dare una logica a quelle parole che, sicuramente, si riferivano alla sua situazione e poi quel profumo dei petali di Hasu che non lo voleva abbandonare, lo sentiva nelle narici, gli si era attaccato addosso.
«Basta!» Il suono della sua voce lo fece trasalire: «Procrastinare ancora è inutile.»
Si sedette alla scrivania e diede inizio alla ricerca per un appartamento nel periodo in cui avrebbe dovuto risiedere a Tokyo perché, purtroppo, non poteva essere ospite degli Harada, la famiglia di Akiko.
Tokyo – La galleria
Il taxi viaggiava lentamente nelle strade trafficate di Tokyo, Fabrizio guardava fuori dal finestrino e si convinse che stava osservando la vita scorrergli davanti e tristemente ne era un impotente spettatore. Aveva deciso che una volta atterrato sarebbe andato alla galleria d’arte così da visionare definitivamente gli spazi e per mettere a punto gli ultimi particolari, poi, sarebbe andato a prendere possesso dell’appartamento che non era molto lontano dalla galleria.
Non era mai stato in quella zona, era palese che non avesse un’identità ben definita perché gli edifici avevano mantenuto l’aspetto della seconda metà del Novecento, ma nello stesso tempo grattacieli ultramoderni stavano occupando i loro spazi. Il taxi sostò davanti a uno stabile, dopo aver pagato, Fabrizio soffermò lo sguardo sulla grande vetrata da cui si poteva osservare lo spazio interno.
L’insegna Art si sovrappone al cielo
Rimase qualche minuto a contemplarlo in quello che era il preludio di un’ispirazione, nella sua testa sembravano muoversi ingranaggi che proiettavano la sua immaginazione nella realtà. Avrebbe ricostruito il giardino della Machiya di Akiko disponendo modelli e modelle che attraverso la body Art avrebbero rappresentato simbolicamente il laghetto con i petali di Hasu e ali di gabbiano e una barca che aveva trovato il suo porto sicuro.
Mentre costruiva gli spazi e li modellava uno sprazzo luminoso lo abbagliò e istintivamente alzò la testa. I suoi occhi si incollarono sull’insegna: ART; rimase a fissarla ipnotizzato, intanto, un pensiero sovrastava tutti gli altri. Appoggiò la mano di sbieco sulla fronte per schermare gli occhi dalla luce e osservò la scena: “ART si sovrappone al cielo”, per meglio mettere a fuoco ridusse gli occhi a due fessure, “è tutto così irreale”.
In quel preciso istante fu assalito da un fortissimo smarrimento perché l’immagine perdeva via via i colori. Scivolarono via nonostante tentasse con tutte le sue forze di trattenerli, fino a diventare simile a una foto in bianco e nero. In quel preciso istante in lui affiorò la certezza che dovesse ricordare qualcosa di vitale importanza.

Preso da una smania improvvisa entrò nella galleria.
Mormorò: «Ma com’è possibile?»
Davanti a lui vi era allestita la mostra che fino a poco prima aveva solo pensato, era sconvolto.
«Fabrizio!»
Ebbe un tuffo al cuore, Akiko era lì davanti a lui, bellissima come la ricordava. Avanzò verso di lei, voleva stringerla tra le braccia, voleva baciarla e chiederle perdono perché l’aveva lasciata andare. Non gli importava la differenza d’età, il rispetto per le sue tradizioni e per la sua famiglia che lo avevano ospitato e lui che li aveva traditi innamorandosi, corrisposto, della loro preziosa figlia. Aveva tentato in tutti i modi di allontanarla, ma la sofferenza era insostenibile e ora che si erano ritrovati non l’avrebbe più lasciata: «Mia dolce Hasu!» La sua voce era rotta dall’emozione, le andò incontro con le braccia aperte, ma quando le fu abbastanza vicino, lei alzò la mano e lo fermò.
«Fabrizio, amore mio, ti devi svegliare.»
«No, non voglio.» La sua voce fu rotta dal pianto.
«Devi, altrimenti non potrai più tornare alla realtà.»
«Perdonami, se quel giorno non ti ho raggiunto e portato via con me.»
Due lacrime luccicarono negli occhi di Akiko per poi scendere lungo le guance e un attimo dopo svanì.
«Nooo!»
Akiko e Fabrizio…
L’urlo di Fabrizio rimbombò nella stanza e un attimo dopo si svegliò di soprassalto. Seduto su un letto completamente sfatto, rimase fermo a guardare nel vuoto come un automa. Dopo un po’ sentì il corpo farsi dolorante intorpidito a causa della posizione assunta, a fatica, per inerzia, mise i piedi sul pavimento. Il freddo che gli trasmise fu come una scossa che lo riportò alla realtà. Si toccò le guance e le mani affondarono nella barba incolta bagnata dalle lacrime, sottovoce, come se non volesse farsi sentire: «Bramo il tuo profumo, Hasu.» Si lasciò andare sul letto e si coprì il volto con un braccio e i ricordi lo assalirono come belve affamate del suo dolore.
Tornò indietro al giorno in cui Akiko era andata via annientata dal suo rifiuto, nei giorni seguenti non lo aveva degnato d’uno sguardo. Quando si trovavano nella stessa stanza, lei con una scusa usciva, non andava a lezione e passava la maggior parte della giornata chiusa in casa.
Fabrizio si toccò le labbra, doveva spegnere l’arsura che lo stava divorando, si alzò riluttante e si diresse in cucina con movimenti stanchi, prese un bicchiere e si versò dell’acqua. Aveva bevuto fiumi di alcol così sperava che stordendo i sensi non l’avrebbe sognata, ma era servito solo a rendere ancor più un inferno la sua vita.
Il sogno? Sempre lo stesso, aveva delle varianti, ma il succo non cambiava: percorreva via Santa Maria della porta a Macerata fino ad arrivare a vederla nella galleria d’arte a Tokyo per poi svanire lasciandolo nella disperazione.
Posò il bicchiere d’acqua sul tavolo e prese dalla tasca dei pantaloni del pigiama la lettera che Akiko gli aveva fatto recapitare prima… interruppe il pensiero e in un eccesso di rabbia: «No! non dirò mai quella parola!» Sbatté il pugno sulla tavola e il bicchiere saltò per cadere su un lato e l’acqua che vi era rimasta fece una pozza.

… Petali di Hasu come Ali di Gabbiano
Lesse le parole di addio e di amore che Akiko gli aveva scritto, poi piegò il foglio con cura, una… due… tre volte fino a che divenne una barchetta. Sorrise a se stesso, pensando che anche nel sogno aveva percorso le ragioni che lo avevano portato a disegnare sul suo corpo un gabbiano che vola sul mare e la barca.
Poggiò delicatamente la piccola nave di carta sul palmo della mano, poi con l’indice ne seguì la forma, intanto, il profumo dei petali di Hasu si espanse in tutta la stanza. Gli occhi di Fabrizio si illuminarono, la appoggiò sull’acqua pensando che ora era pronto a superare le sue paure. Andò in camera ed era lì, seduta sul letto, «Akiko» sospirò. Lei gli tese le mani in un invito atteso da troppo tempo, Fabrizio le sedette accanto, le accarezzò le guance e Hasu mise le mani sulle sue. Si baciarono dapprima con timidezza, poi, come due assetati che bramano l’acqua, si saziarono l’uno dell’altra e pian piano svanirono come ali di gabbiano che volano verso l’orizzonte lasciando un delicato profumo di petali di Hasu.



